VENEZIA 77, IL CINEMA INCONTRA LA DANZA CON ANNA CUOCOLO

La coreografa e regista ha partecipato al meeting di Paradise Pictures
allo Spazio Ente dello Spettacolo all’Hotel Excelsior

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DA "IL MATTINO" (7/9/2020)

7 settembre 2020
Venezia 77, il cinema incontra la danza con Anna Cuocolo

Con l’eleganza e la raffinatezza che la contraddistingue, ha sfilato sul red carpet della 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia la coreografa e regista Anna Cuocolo, fasciata da uno splendido abito Balmain Paris. È presente al Lido per parlare del progetto “Lettere a mia figlia” durante il meeting di Paradise Pictures presso lo Spazio Ente dello Spettacolo all'Hotel Excelsior.

«Ho imparato a guardare il cinema come un quadro – racconta Anna Cuocolo – anzi come una sequenza di opere pittoriche. Vedere un film per me, è come stare in una pinacoteca. Avverto la sensazione dei colori, delle patine, dei toni caldi e freddi e lo scorrere delle immagini mi fa pensare di percorrere i corridoi museali dove quadri diversi si susseguono per raccontare con la forza del segno e dei contrasti cromatici la loro storia».

E cosa accade quando la danza incontra il Cinema?
«La danza insieme alla pittura, diventa un altro elemento naturale del cinema, come la dinamicità, la forza dell'espressione corporea, delle emozioni, del gesto che svela l'anima e può divenire un elemento naturale e coinvolgente che spazza via la parola trasformandola in un dialogo muto e assordante, o forse solo una carezza, un volo ineffabile».

In questo senso quale esperienza ti ha arricchito particolarmente?
«L'incontro con il regista Eitan Pitigliani, straordinario, folle, sensibile geniale autore di “InsaneLove” di cui ho creato le coreografie. Mi ha permesso di sperimentare e spaziare e attraverso la ricerca coreografica ho capito che può esserci interazione tra gesto e parola che si incardinano alla colonna sonora fino a fondersi insieme e tracciare a volte differenti percorsi narrativi».

Quand'è che la tua carriera ha incrociato la settima arte?
«Quando scrissi una lettera a Pupi Avati. Avevo visto il suo Film “Magnificat” e volli esprimere tutte le mie emozioni per quel racconto così potente che mi aveva scosso dal profondo. Mi rispose con una bellissima lettera e ci incontrammo un anno dopo nello studio di registrazione dove ebbi l'opportunità di parlare con lui, un incontro straordinario. Ho approcciato al cinema per necessità di allargare i miei orizzonti per avere nuovi punti di vista e nuove percezioni. Ho avuto in seguito l'opportunità di fare l'assistente alla regia in alcuni film di Pupi Avati che mi hanno aperto a nuove visioni dell'arte e indirizzato verso nuove discipline. Lo studio delle Pittura all'Accademia di Belle Arti, La Scuola del Nudo, il diploma all'Accademia nazionale di Danza, la Scuola di Sceneggiatura cinematografica mi hanno condotto verso un unico comune denominatore: la necessità di raccontare e di raccontarmi. Poi l'incontro con Ricky Tognazzi e Simona Izzo con la serie televisiva “La vita Promessa”. Oggi ho il ruolo di docente di Arte Scenica presso il Conservatorio di Rovigo dove insegno anche “Filmografia musicale”».

Dove sarai protagonista prossimamente?
«Parma 2020, Capitale della Cultura, in giuria al “Parma International Music Film Festival” e ringrazio il presidente del Festival Eddy Lovaglio e il presidente di giuria Riccardo Joshua Moretti per il prestigioso invito che mi vede insieme ad alcuni colleghi ed amici come Eitan Pitigliani e Arturo Cannistrà. Il cinema continua ad appassionarmi e a coinvolgermi fino a farmi leggere la vita che passo dopo passo percorro come un lungometraggio dell'anima».

DA L'IDEALE: "AVANTI CUOCOLO ALLA RISCOSSA" (maggio 2020)

AVANTI CUOCOLO ALLA RISCOSSA
di Alan D. Baumann

In questo lungo ed inaspettato periodo Covid, vi è stata l’occasione per pensare, osservare, chiedere e vedere cose lontane. Nonostante la fisicità delle persone si sia dovuta limitare ad uno schermo più o meno grande, nuovi risvolti, caratteri, intuizioni ed insegnamenti sono stati trasmessi e recepiti.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare una a dir poco gradevole chiacchierata con Anna Cuocolo: coreografa di professione ma artista dentro alle vene, o come forse direbbe lei “innt’ e vene”.

La conversazione è presto uscita dalla freddezza informatica di Skype e solo alla fine ci siamo resi conto che si è trattato di uno scambio di vedute tra persone diventate “vecchi amici”: passato, presente e lunghissimo futuro da affrontare oltre ad ogni problematica generata dalla situazione mondiale in atto. Abbiamo stappato una bottiglia di buon rosso e sono iniziate le domande.

Vuoi parlarci di te, dei ricordi, anche introspettivi?
Sono nata a Napoli dove ho vissuto tutta l'infanzia e da questa città, quando sono andata via con la mia famiglia, ho portato via soltanto il sole che ho dentro di me. Credo non mi appartenga più nulla se non quel sole che racchiude in sé quella generosità partenopea che mi porta ad amare sempre tutto con la stessa e unica passione. Sono figlia e sorella di pittori, figli d'arte, che vuol dire: forza, sofferenza, sensibilità, emotività, ricerca della Bellezza. Ho compiuto i miei studi all'Accademia delle Belle Arti di Roma in pittura, poi all'Accademia Nazionale di Danza.

Come trascorri le tue giornate?
Ora sono docente di Arte Scenica al Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, ma sono anche pittrice, danzatrice, coreografa e regista. Il tempo vola e lo rincorro: a volte lo precedo.

Hai dei ricordi particolarmente significativi nel merito delle tue “espressioni creative”?
Il “Premio Positano per l'Arte della Danza Leonide Massine” nel 2003 ha affermato l’articolato percorso che mi ha condotto a dirigere oggi oltre a danzatori ed étoiles internazionali, anche dei cantanti lirici: con ognuno creo la mia “pittura” da mettere in scena. Sono stata ospite in molti festival in Italia e all'estero: Spagna, Scozia, Germania, Austria, Lussemburgo, Danimarca, USA (San Francisco, Miami, Baltimora), ma i luoghi che mi hanno più emozionato sono stati i musei che mi hanno ospitata con le mie creazioni. Tra i tanti mi piace ricordare il Museo di Castel SantAngelo, Museo Reggia di Caserta, Museo dell'Ara Pacis, Museo de la Real Academia Nacional de San Fernando de Madrid, Museo di Villa Torlonia. Ho collaborato con artisti, storici dell'arte, registi, costumisti, scrittori, musicisti ed intellettuali che hanno arricchito e tracciato il mio percorso fino ad oggi. Temo sempre di non citarne qualcuno e per questo direi di rinviare il seguito della risposta ad una prossima chiacchierata.

Parli mai con il cielo (come natura non come immagine divina) o con altri elementi naturali?
Ho imparato a guardare il cielo da piccola, a sperimentare l'immenso e il sorprendente, a leggere il misterioso disegno delle nuvole e a farmi stupire dal tuono e dal fulmine. Ho imparato ad ascoltarlo nei colori vividi del crepuscolo e dell' alba che getta nel mare la speranza per chi sa tuffarsi dentro senza paura. Ho cercato nel cielo le stelle nelle notti in cui mi sentivo al centro dell'universo, scoprendo che le possediamo tutte dentro di noi,una ad una a brillare, come in un ricamo dentro la nostra anima. Poi mi sono accorta che il vento che vi soffiava era una voce, forte, suadente e carezzevole, a volte potente come uno schiaffo che ti lascia un segno dentro e ti ammonisce. Ho scoperto che ci stavo parlando da anni, apparentemente in un dialogo muto e solitario, avevo trovato nel cielo l'imperscrutabile, l'ineffabile senso del Divino.

Quanto sta accadendo a livello globale è un immagine statica o in movimento?
Mi viene in mente Piero della Francesca e la “Battaglia di Eraclio e Cosroe”, mi riferisco a quella fissità pierfrancescana che sembra voglia stupirci con gesti algidi e geometrici nell' incrocio di lance e cavalieri, mentre insorge dal profondo dell'immagine pittorica con un ritmo incalzante la battaglia interiore. Credo stia avvenendo proprio questo oggi, dentro e fuori di noi. Viviamo con messaggi di certezze e rassicurazioni tra cure e vaccini, di longevità e umano benessere, mentre nel profondo si protende verso sconfinati percorsi alla ricerca di un Dio buono e misericordioso che ci distolga dal baratro di una umanità fragile e impotente.

Come vedresti il mondo, il paese, la città...se avessi una comoda poltrona tra le nuvole?
Mi vedo come la dama di corte che si affaccia dall'oculo che sovrasta “la camera degli sposi” del Mantegna. Una visione illusionistica dal cielo, che scruta il mondo e anche lo spazio limitato e regale di due sposi che vi dormono forse si amano e sognano. I putti , il pavone a farmi compagnia per guardare con letizia un mondo, una umanità che può sperare, sognare e sentirsi al centro dell'universo come in un nuovo umanesimo, ma senza la presunzione di poter fare a meno del divino e del sublime, con la consapevolezza di una dignità impressa senza la quale non è lecito abitare e condividere quel paradiso lussureggiante, a tratti arido e roccioso dai percorsi a volte impervi e scivolosi, ma anche dalle possenti cattedrali ,dai marmi scolpiti con architetture avveniristiche che svelano la sapienza e il genio dell'uomo. Vedo una città che si racconta come in un cortometraggio dell'anima che si ”avvolge “ verso il cielo.

Cosa cambieresti nel comportamento degli umani?
Cambierei:
la stupidità che umilia
la durezza di cuore che paralizza l'anima
l'onnipotenza che non è concessa all'uomo
L'incapacità ad abbandonarsi alla Meraviglia poiché è l'ineffabile dono della vita

Credi che torneremo tali e quali a prima del virus o cambierà qualcosa?
L'uomo ha ogni giorno l'opportunità di cambiare e volgere al bene. Le guerre, le paure che risiedono nel cuore umano da sempre. le epidemie, possono essere opportunità di riflessione, occasione per leggersi dentro e capire qual è il vero tesoro che dobbiamo ricercare e possedere. Ma è sempre un libero arbitrio, una opportunità che viene offerta in tante occasioni, a volte molto meno epiche come questa epidemia. A volte basta un solo sguardo di dolore che ti taglia dentro l'anima e senti il sangue che sgorga dal petto come pioggia che purifica e cambia.

Il mondo artistico ha subito un severo altolà. Quanto a tuo avviso ci vorrà per ripartire, seguendo le nuove regole imposte dalle fase 2?
Riassumerei con un concetto Futurista : il “Dinamismo” proiettato verso una prospettiva culturale con molteplici punti di vista.

Crea un quadro/immagine con la tematica del dopo Covid-19 ed immergiti dentro. Come posizioneresti gli attori? Quali sfondi utilizzeresti? Inseriresti delle strade di collegamento tra natura, esseri, incontri sporadici o predestinati e che tipo di strade (città, campagna, immersione nelle arti o nella natura...)
Immagino esattamente un quadro, anzi un percorso attraverso finestre aperte sulle opere pittoriche: dal “Bar delle Follies Bergères” di Edouard Manet alle ombre colorate, ai tratteggi degli impressionisti, ai giardini fioriti di Monet e alle notti illuminate di Pissarro, ai morbidi nudi di Renoir. Qui c'è posto per tutti noi attori e protagonisti della nostra vita, dove i percorsi si intrecciano e le strade si incontrano per creare nuove opere e nuova Bellezza destinata all'eternità.

Grazie Anna, è stato bello ascoltare la tua visione della vita, carica di emozioni. Sei riuscita a colorare e farci camminare in un mondo … in punta di piedi: quasi per non far calpestare i sogni che ci circondano.

DA LA CITTÀ: "LA DIVINA COMMEDIA. L'OPERA" (APRILE 2008)

Aprile 2008
L'uomo che cerca l'Amore
La Divina Commedia. L'Opera. Due atti: nel primo il prologo e l'Inferno, nel secondo il Purgatorio e il Paradiso. Un impianto scenico clamoroso, con l'ausilio di sofisticati software che consentono di vivere una sorta di dimensione multimediale in sintonia con la maestosità delle musiche che spaziano dal canto gregoriano al rock e delle splendide voci degli interpreti principali. A Roma, un'occasione da non perdere.

Il 22 Novembre è andata in scena a Roma l'anteprima mondiale de "La Divina Commedia. L'Opera", in un teatro recante lo stesso nome e costruito appositamente: una grandissima tensostruttura eretta in poco più di tre mesi, nel campus universitario di Tor Vergata, capace di accogliere un palcoscenico di 24x24 metri oltre ai 2500 posti di platea. Monsignor Marco Frisina, Maestro Direttore della Cappella Lateranense, già noto per essere stato l'autore di numerose colonne sonore televisive e cinematografiche di ispirazione religiosa, ha potuto così realizzare il suo progetto, sostenuto dalla prduzione Nova Ars, per celebrare il padre della lingua italiana e attraverso il suo capolavoro il cammino in cui si addentra "l'uomo che cerca l'Amore". La struttura dello spettacolo si avvale di un impianto scenico clamoroso, ottenuto grazie all'ausilio di sofisticati software curati da Paolo Miccichè, che consentono di vivere una sorta di dimensione multimediale in sintonia con la maestosità delle musiche che spaziano dal canto gregoriano al rock e delle splendide voci degli interpreti principali. Il libretto di Gianmarco Pagano, ispirato all'opera di Dante Alighieri, la regia di Elisabetta Marchetti e Daniele Falleri, le creature fantastiche realizzate dal premio Oscar Carlo Rambaldi e i costumi di Alberto Spiazzi, contribuiscono alla riuscita di quello che può essere definito uno dei più importanti eventi teatrali mai realizzati in Italia.
In oltre due ore di spettacolo, 24 cantanti-attori, 20 ballerini, 10 acrobati e 20 comparse danno vita ad una rappresentazione che si divide in due atti: nel primo il prologo e l'Inferno, nel secondo il Purgatorio e il Paradiso. La suggestione dei gironi infernali, così come la spiritualità fantasmagorica di quelli celesti, si avvale della plasticità corporea dei danzatori guidati dalla coreografa Anna Cuocolo, la cui lunga carriera professionale non è nuova a collaborazioni in chiave spiritualista e quindi votata ad una concezione protesa ad intepretare la fisicità che si manifesta attraverso il pathos e l'estasi dell'anima. Nessuna macchina scenica avrebbe potuto rendere meglio la contorsione dei dannati nella città di Dite o l'inquieta rapacità demoniaca delle tre Fiere, ma è probabilmente con il passo a due tra Paolo e Francesca che si assiste ad uno dei momenti più intensi ed emozionanti: sospesi da funi, fluttuano nell'aria prima di discendere ed avvicinarsi nella disperazione della loro eterna condanna. Si percepisce l'impronta delle arti figurative e degli studi di pittura all'Accademia delle Belle Arti, ancor prima di quelli presso l'Accademia Nazionale di Danza, di questa originalissima coreografa che utilizza la trasversatilità di un linguaggio che sa attingere dalla tecnica classica non meno di quella contemporanea e jazz. Lo spettacolo sarà in tournèe in molte città italiane per approdare nei prossimi mesi in altre nazioni europee - una parte del ricavato verrà devoluto a favore di iniziative no profit legate al territorio che lo ospiterà - forte della preziosità senza tempo della massima creazione letteraria del sommo poeta più conosciuto nel mondo.

P. Tenaglia

DA LA DANZA: INTERVISTA AD ANNA CUOCOLO (APRILE 2008)

Aprile 2008
Anna Cuocolo
ELEGANZA E PASSIONE DI UN CAMMINO INTERIORE

Anna Cuocolo, definita dalla critica internazionale “coreografa di tendenza spiritualista”, vive e lavora a Roma. Studia sceneggiatura cinematografica con Age e Suso Cecchi D’Amico. Conduce laboratori teatrali presso il Centro universitario di Perugia diretto da Roberto Ruggeri, è direttrice artistica della Compagnia Dimensione Art&Scena. Nel suo repertorio: “Pathos ed Estasi”, “Passioni Sangue e Anima”, “Crepuscolo e Resurrezione”, “Farinelli Estasi in Canto” , “La Divina Commedia L’Opera”.

Anna, Lei ha percorso i generi attraverso la coreografia coniugata al movimento, alla gestualità plastica. Ha fatto cinema, teatro, eventi come richiamo del genius loci. Da che cosa è dettato questo nomadismo artistico? Da dove parte e dove la porterà prossimamente?
Sono figlia d’arte. Mio padre era pittore, insegnava figura disegnata al liceo artistico di via Ripetta a Roma, io studiavo Pittura all’Accademia delle Belle Arti. Ero allieva del maestro Franco Gentilini, ma quando terminavo un disegno di un nudo dal vero, uscivo furtiva dall’aula e andavo nell’edificio di fronte, dove insegnava mio padre, per chiedergli un giudizio. Mi diceva: “Anna, esagera quel movimento del corpo, più incisiva quella torsione del busto, più decisa nel segno, non avere paura con l’inchiostro…emozionati…”Ecco da dove parto. Parto da una profonda necessità di raccontare coniugando il segno grafico del corpo con il gesto, l’espressione del’anima con il movimento, fondendo tutto con la ricerca del colore, delle luci, dei tessuti, rubati spesso alle atmosfere barocche, dove il principio è coinvolgere, creare meraviglia, emozionare… in primo luogo me stessa. Il prossimo progetto mi vede impegnata in autunno a Siena, ancora una volta, (dopo la Divina Commedia), con il visual director Paolo Miccichè e il costumista Alberto Spiazzi, per raccontre attraverso la straordinaria partitura dello “Stabat Mater” di Pergolesi gli stati d’animo evocati da una drammatica storia barocca. Gli unici interpreti cantanti lirici in un luogo di richiamo storico,luogo di “memoria” in cui meglio si esprimono le passioni umane, parte di una dimensione divina. Più in là ancora un evento in occasione della mostra su Francesco Solimena al Museo Nazionale di Lussemburgo.

Contaminazioni delle arti, oggi non si parla d’altro. Ma non è sempre stato così? L’arte non è di per sé contaminazione nel senso che contagia sia il protagonista che lo spettatore? Che cosa cambia oggi?
Oggi cambiano probabilmente i modi, i tempi. Viviamo in paesi multirazziali e La contaminazione culturale è diventata inevitabile, influisce sulle scelte artistiche, sulle tematiche, è come se si avesse la necessità di avere a disposizione più materiale per arricchire il proprio bagaglio di conoscenza, metabolizzarlo per farlo divenire una parte nuova di sé; ma credo che in realtà nella coralità interdisciplinare ci sia l’intuizione di divenire più visibili e più forti per veicolare il proprio messaggio ad un pubblico ormai smaliziato.

Che rapporto c’è tra contaminazione delle arti e nascita di un genere capace di essere “alto” e popolare al tempo stesso?
Io credo che alla base esista un modo di raccontare “la verità”, quella dei sentimenti intendo. E’ penso che sia l’unico modo rimasto per emozionare ancora, sedurre, riuscire a mettere a nudo il cuore di chi è in”ascolto” indipendentemente dal suo livello culturale .La contaminazione delle arti può solo rendere il prodotto più efficace , forse più fruibile, più seducente. Quando spiego agli artisti, ballerini, cantanti, attori, con i quali mi trovo a lavorare, dico loro sempre: “pensa che ti sia venuto a trovare un amico e a lui ti rivolgi per sfogare i pesi che hai nell’anima, lo conduci in un luogo intimo, forse in cucina…ti confessi come con te stesso… vedrai che il dolore o gioia che esprimi , in parte appartiene anche alla sua gamma dei sentimenti, e il suo ascolto sarà proteso anche per approfondire i moti del suo animo…” Il gesto, il movimento, in scena, deve per questo essere conseguente di uno stato d’animo. Non il contrario.

Quali sono i registi italiani capaci di creare questo magico connubio?
I Registi che amano raccontarsi attraverso la fragilità e la forza della loro anima, che mi hanno particolarmente coinvolta come Pupi Avati, Gianni Amelio, Ermanno Olmi, Roberto Faenza.

Lei nel 2003 ha ricevuto il premio Positano Lèonide Massine per l’arte della danza. Un riconoscimento di grande prestigio, fondato da un uomo di grande talento Alberto Testa. Qual è il suo rapporto con la danza? Classica e non?
La danza per me è un mezzo di espressione per la mia creatività che ha bisogno di supporti come l’intervento della gestualità pittorica, scultorea, ma certamente è la danza classica con la sua regale eleganza a sedurmi maggiormente. Le altre tecniche se pur interessanti, vigorose a volte travolgenti per l’espressività del movimento corporeo restano tecniche con cui confrontarsi, contaminarsi, ma non ne vengo cooinvolta.

Danza e musica, ballo e danza, grandi teatri e sale di periferia. Il fascino del luogo influenza la rappresentazione, la nutre di contenuti, ma ne viene a sua volta impregnato. Lei che viene definita “coreografa di tendenza spiritualista” che rapporto nutre con i luoghi della danza?
Mi affascinano molto. Ma li fuggo. Sono legata artisticamente dal 1995 allo storico dell’arte Vega de Martini con la quale progetto eventi. L’obiettivo è la ricerca del luogo che stimoli la nostra fantasia per evocare passioni e stati d’animo. E’ come se ogni luogo di richiamo storico, fosse una parte remota della nostra anima…da cui partire per raccontare.

Farinelli, il ‘700, il castrato, l’ermafrodita in una parola la flessibilità, ma anche la rinuncia ad un’identità univoca. Perchè un’opera su Farinelli?
Con Vega da Martini è nata l‘idea di portare in scena Farinelli. Il suo stato di “essere modificato” vittima della brutale e violenta pratica della castrazione che è mutilazione dell’anima prima che del corpo, assume per noi una forte valenza metaforica, diventa emblema del passaggio dallo stato umano a quello sovraumano, e nel segno di una ricerca sulla spiritualità, ripercorriamo il suo tormentato cammino interiore, in una ricostruzione scenica che si ispira alla pittura del ‘600 e ‘700 napoletana e spagnola.

E perché oggi la Divina Commedia? Un kolossal difficile da restituire eppure tanto di moda da benigni in poi? Un genere nazionalpopolare?
La Divina Commedia era il sogno nel cassetto di Marco Frisina, divenuto realtà grazie anche all’intuizione e alla lungimiranza dell’imprenditore Gabriele Gravina che ha creduto nel progetto e ne ha permesso la realizzazione, destando stupore in molti che, valutati i costi di produzione, lo avevano liquidato come missione impossibile. Sono entrata nel progetto per un desiderio profondo di allargare i miei orizzonti, per valutare le mie capacità di relazionarmi ad una compagnia di circa trenta elementi tra ballerini e acrobati , ognuno con esperienze diverse, con il preciso impegno di renderla omogenea tecnicamente e spiritualmente per affrontare il grande impegno corale. La prova maggiore è stata quella di relazionarmi con una mentalità più tesa alla narrazione esplicita che a quella evocativa a cui sento di appartenere, ma questo non mi ha impedito, nella parti di corografie affidatomi, di raccontare a sprazzi stati d‘animo e suggestioni.
Per nazionalpopolare si intende un prodotto fruibile per il grande pubblico, ma penso anche che questi sia più attento e sensibile di quanto si voglia credere, e pronto ad accogliere sfumature e suggestioni raffinate più di quanto in realtà le grandi produzioni siano disposte ad investire. Spero in una controtendenza al nazionalpopolare, in favore di un nazionalcoltopopolare!

Quali salverebbe tra le grandi produzioni di musica e danza oggi sulla scena?
Sono stata di recente a Londra e a Berlino per lavoro, e credo che salverei quasi tutto ciò che ho visto, per la qualità degli artisti e del prodotto. Salverei quelle produzioni in grado di riconoscere gli artisti, quelli veri, e che mirassero più al cuore che alla testa…

C. Rebellato

DA EL PAIS: "LORENZO, CENERI E ARDORI" (13/05/2003)

13 maggio 2003
Leyenda viva del 'castrato'

Es appasionante hoy todavìa la historia de los castrati napolitanos. Recientemente, Maurice Bèjart ha estrenado una pieza basada también en Farinelli con el contratenor griego Aris Christofelis cantando en vivo, y la norteamericana Karol Armitàge en su Casanova de Turìn también usò de la voz angélica como soporte coréutico. Ya antes la solvente sensibilidad de la coreògrafa romana Anna Cuocolo (en Madrid vìmos tres años su trabajo sobre Anna Pavlova) habìa tocado este tema y creado una velada exquisita y rara inspirada en el mismo personaje, que tuvo un papel importante en la cultura teatral española del siglo XVIII. Farinelli (nacido Carlo Broschi, 1705-1782) fue mucho màs que un cantante de éxito, y la estética del rococò lo elevò a los altares del mito. Luego, un rey español despechado le arrinconò y de aquel desprecio no se repuso. Pero ya para entonces Farinelli estaba màs cerca de los dioses que de los hombres y eso es lo que expresa con buen gusto y tino escénico Anna Cuocolo en su obra.
La coreògrafa evoca con estampas muy conseguidas que rozan el tableau vivant la atmòsfera corestana, el ritmo de aquellos salones de contrastes algo perversos y sensualidad a flor de scotes. Los colores añiles y turquesas, rojos sanguìnueos y oros aquietados hacen pensar en los pasteles de Rosalba Carrera. Una delicia estructurada como pantomina bailada entre sedas ahuecadas por el movimento que Cuocolo adaptò hàbilmente a las singularidades del espacio de la Real Academia madrileña y a las exigensias algo vetustas de la institucìon (es evidente que el baile no les gusta mucho a los académicos, no lo consideran un arte de altura como tal: Pascal, Voltaire y Goya, entre otros, no pensaban lo mismo, respetaban la gran danza).

Acùstica
La bailarina de La Scala milanesa Stefania Ballone puso el acento del ballo naciente neòclasico (hizo pensar, en la distancia, en una etérea Marìa Medina, eternizada en las poses del Canova), y la sala prestò su exacta acùstica al sopranista Angelo Manzotti, de hermoso timbre y que rematò su offerta con un magistral Lascia che io pianga de Haendel. También estuvieron muy en estilo la soprano Tiziana Nauaui (su dùo lleno de medias voces) y la tesitura natural de Tiziana d'Angelo cantando antiguas canciones napolitanas, acompañados sensiblemente por el clavicénvalo de Cipriana Smarandescu (con un instrumento nuevo hecho este mismo año por Rafael Marijuàn) y el violonchelista conquense Luis Felipe Serrano, quien también entrò con sutil imbricacìon y equilibrio en la sonoridad del setecientos. El espectàculo quedò algo deslucido por el absurdo trasiego de fotògrafos con flashes, càmaras de vìdeo y rumores. Tampoco faltaron a la cita los teléfonos mòviles.

R. Salas

DA L'ESPRESSO: "FARINELLI. ESTASI IN CANTO" (02/10/2002)

mercoledì 02 ottobre 2002
Ballando con Farinelli

Finalmente. Alle ore 19.30 del 27 settembre arriva, al Teatro di Corte nella Reggia di Caserta, il grande evirato Farinelli. Proprio qui, lui - napoletano e re del canto - avrebbe dovuto vivere ed elargire la sua voce d'angelo. Ma gli amici, i parenti, gli impresari, lo spinsero a conquistare altri teatri, altri paesi, altre corti.
Arriva con 250 anni di ritardo, evocato da uno spettacolo intitolato «Farinelli. Estasi in canto». Ma non canta soltanto, con la voce del sopranista Angelo Manzotti. Danza, soprattutto, nel corpo pallido e aitante di un mirabile Alessandro Molin. Nella concezione della regista e coreografa Anna Cuocolo, Molin è l'anima segreta di Farinelli e danza il tormento, più che l'estasi, di chi è stato mutilato a 12 anni, nella mente e nel corpo, per squisite, disumane ragioni musicali barocche e rococò. Ci sono echi di gloria, di innamoramenti fanatici del pubblico europeo, nelle parti cantate da Manzotti /«Un solo Dio, un solo Farinelli» si urlava a Londra). Ma poca trasgressione (come invece nel film di Corbieau con Dionisi e dell'ungherese Moldovan con Lindsay Kemp) nella danza dell'anima di Anna Cuocolo, che esprime soltanto sofferenze, ora languide ora turgide, come certe musiche di Haendel e come i ritratti di Farinelli del pittore Amigoni. Curioso: forse la grazia composta di Molin fa venire in mente ombre oscure della carriera, assai più breve, del ballerino Rudolf Nureyev, l'unico artista del nostro tempo che abbia raggiunto un carisma internazionale paragonabile a quello di Farinelli: si ricordano di loro molto più le trasgressioni leggendarie e le palesi malinconie che la luminosa intelligenza teatrale.

V. Ottolenghi

DA TUTTODANZA: "FARINELLI. ESTASI IN CANTO" (30/09/2002)

lunedì 30 settembre 2002
"Farinelli. Estasi in canto", tra professionalità e interiorità

Da tempo seguiamo il lavoro di Anna Cuocolo e della sua Compagnia Dimensione Art&Scena. L'indirizzo affonda nella spiritualità. Alla Cuocolo poco o nulla importa la coreografia che miri solo all'effetto, alle mirabolanti esercitazioni di tendenza acrobatica, diremmo anzi che la sua si potrebbe definire regia coreografica. Anche lei mescola i generi: in primo luogo la musica, il canto, la recitazione, poi il movimento corporeo, ma non le importa più di tanto la tanto conclamata fisicità dei ballerini come si suole predicare oggigiorno. Certo il corpo è strumento innegabile di espressione da quando l'uomo si è accorto di averne uno e attraverso il corpo ha dato sfogo alla sua anima, ai suoi stupori e agli smarrimenti, ai timori e alla scoperta meravigliosa e meravigliata della natura cosmica, dell'amore e dell'odio, all'istinto della sopravvivenza e via discorrendo. Cuocolo ha avuto innanzitutto dalla sua parte una dose di buon gusto sorvegliato, un ritegno nel rintracciare la storia di un artista colto nell'aspetto più intimistico della sua personalità, non più uomo perchè "modificato" nella sua natura reale e portato ad assumere, nel quadro convulso degli spettacoli barocchi, il ruolo angelicato di personaggio sovrumano. Ecco, quella spiritualità dev'essere piaciuta alla Cuocolo e l'ha portata sulla scena, subliminandola. Cuocolo ha avuto anche la fortuna di imbattersi in Vega de Martini che l'ha indirizzata sulla strada giusta della cultura napoletana, la sua (della Cuocolo), per nascita e crescita, intrisa di stratificazioni e diverse nobili e popolari insieme. Tutto questo ed altro si è già visto e apprezzato in percorsi musico-coreografici-pittorici che hanno dato alla Cuocolo il riconoscimento del pubblico e della critica. Qualche titolo per ricordare: "Angeli" (una mostra), "Passioni, Sangue e Anima", "Resurreciones", "Lorenzo, ceneri e ardori".
Il nuovo spettacolo di Anna Cuocolo (in prima nazionale per la rassegna "Invito alla danza" nei Giardini del Museo degli strumenti musicali" a Roma lo scorso mese di luglio, replicato varie volte in tournèe italiana, rappresentato la sera del 31 agosto in Piazza del Duomo di Spoleto, nel quadro degli "Eventi spoletini" della scorsa estate) si intitola "Farinelli. Estasi in canto" là dove si potrebbe modificare il titolo "Estasi Incanto", un'opera interdisciplinare durante la quale si assiste alla convergenza tra il canto e la danza, canto del sopranista Angelo Manzotti, specialista in quei suoni che furono di Carlo Brioschi, il cantante più famoso dell'Europa del XVIII secolo. Una mostra "Farinelli: Fasti e Feste" muove la fantasia della Cuocolo e di qui parte il suo spettacolo, incorniciato dalla pittura sei-settecentesca e aureolato di musiche del tempo: Haendel, Hasse, Pergolesi, Domenico Scarlatti sino al contemporaneo Sergio Rendine che attualizza figura e vicenda di Farinelli. Alessandro Molin ne è il protagonista, solenne nella posa che ricorda il dipinto riprodotto sul programma, serafico nell'ascesa del disegno del suo personaggio, plastico e morbido nelle evoluzioni a ricordarci l'angelo che trova la liberazione al suo tormento interiore.

A. Testa

DA IL MATTINO: "FARINELLI. ESTASI IN CANTO" (26/09/2002)

giovedì 26 settembre 2002
Il tormento e l'estasi di Farinelli

L'elemento forse più interessante dello spettacolo «Farinelli, estasi in canto» - in scena stasera al Teatro della Corte della Reggia di Caserta - è lo sdoppiamento tra un protagonista che canta e il suo «alter ego» danzante. Secondo le ideatrici - Anna Cuocolo (anche coreografa e regista) e Vega de Martini (Dirigente della Sovraintendenza e studiosa del Settecento spagnolo), c'è, in scena, un Farinelli cantante (il noto sopranista Angelo Manzotti), che racconta la sua vicenda di «voce d'angelo», ora tragica, ora esaltante; mentre un Farinelli danzatore - un nobile e aitante Alessandro Molin - ne danza il tormento e l'estasi. Il tutto, nell'allestimento essenziale, e tuttavia ricco e vistoso, ispirato alla pittura di Caravaggio, firmato da Salvatore Michelino, con la collaborazione di allievi dell'Accademia di Belle Arti di Napoli. I costumi sono di Alberto Spiazzi, forniti dalla Satoria Tirelli, che ricordano, specie per quelli di Angelo Manzotti, i ritratti di Farinelli del pittore Amigoni: sempre elegantissimo, nei suoi abiti di seta bianca, le fattezze morbide e perfette. Accanto a loro, agiscono altri cantanti «dal vivo» (anche una «voce naturale») e varie altre voci registrate (compresa quella di Enzo Gragnaniello); poi, strumentisti raffinati che eseguono musiche di vari autori settecenteschi, tra cui Haendel, Pergolesi e Hasse, o del contemporaneo Sergio Randine; e, ancora, i danzatori della Compagnia Dimensione Art&Scena.
Non c'è, in questo spettacolo interisciplinare, speciale sottolineatura dell'aspetto trasgressivo della legegnda di Farinelli - come accade nei film con Stefano Dionisi (o nel più breve ritratto pantomimico, che ne fece, anni addietro, in video, Lindsay Kemp) - ma una serie di «sospiri dell'anima», così come li definiscono le autrici. E cioè altrettante confessioni amarissime di un uomo mutilato nella carne, a dodici anni, ma soprattutto nell'animo. Nell'osservare Alessandro Molin, attualmente in gran forma, sempre composto e tuttavia seducente - mentre segue o affianca il sopranista - ci sembra che la Cuocolo vada a toccare un punto nevralgico nel rapporto tra musica e danza. Perchè ciò che si vede non è tanto il confronto tra la figura «mondana» del celebre castrato, illustrata dal canto, e la sua anima che danza. Si ha la rivelazione precisa che, anche questa volta, la danza non sia semplicemente un altro modo per raccontare la stessa storia, ma un processo di analisi trasversale di quella storia, che ci racconta con il corpo tutto quello che le parole - cantate o dette - non potrebbero mai realmente raccontare. Sul piano storico, questa può essere anche un'occasione per ricordare un artista italiano che - non perchè evirato - fu il più grande cantante del suo tempo. Tanto colto, intelligente ed esperto, da diventare, ancora giovane, un sapiente direttore artistico dei teatri reali di Spagna. Un pò come accadde a Nureyev, che fu capace di diventare, dopo le sue glorie di danzatore, il direttore quasi miracoloso della compagnia di ballo dell'Opéra di Parigi. Ebbene, pugliese di nascita e napoletano di adozione, (si chiamava Carlo Brioschi), Farinelli non cantò mai alla Reggia di Caserta. Ci arriva oggi, dopo due secoli e mezzo, evocato da uno spettacolo di musica e danza che - almeno in partenza - sembra proprio la «cosa giusta al posto giusto».

V. Ottolenghi

DA IL GAZZETTINO: "FARINELLI. ESTASI IN CANTO" (15/07/2002)

lunedì 15 luglio 2002
L'appuntamento non ha tradito le attese
"Manzotti e Molin. L'estasi in canto"

Non ha tradito le aspettative "Farinelli. Estasi in canto", evento culturale di musica, danza e canto, offerto dalla rassegna "Vetrina Danza", andato in scena l'altra sera, per il maltempo, al Teatro Studio, anzichè agli Olivetani. Il disagio dovuto al repentino cambio di sede, trapelato solo da qualche piccolo assestamento tecnico, non ha sminuito l'alta qualità dello spettacolo, il cui successo è stato decretato con decisione, dal foltissimo pubblico, che gli ha tributato lunghi applausi, sfociati addirittura in una sentita ovazione.
Le ideatrici del progetto interdisciplinare, la coreografa Anna Cuocolo e la Sovrintendente ai Beni Artistici di Caserta e Benevento, Vega de Martini, creano un complesso percorso estetico che ricostruisce sulla traccia di emozioni e sentimenti, una delle più straordinarie figure della storia del canto e della musica: Carlo Broschi, detto il Farinelli, affascinante ed androgino cantore evirato del '700, da un lato artista di successo, capace di calcare, prima, i più importanti teatri di Europa, per poi approdare alla corte di Filippo V in Spagna, come organizzatore di feste e spettacoli teatrali, dall'altro, essere intimamente sofferente, mutilato da una castrazione che non lo fa più essere nè uomo nè donna, che sublima le sue pulsioni più che umane, nella sfrenata spettacolarizzazione del teatro barocco.
Nella sobrietà della scena (curata da Salvatore Michelino dell'Accademia delle Belle Arti di Napoli), lasciate a quinte nere e al semplice arredo di un unico divano, si stagliano le figure elegantemente vestite (da Alberto Spiazzi) di danzatori e cantanti, che alternandosi sul palco, evocano atmosfere ricollegabili al gusto barocco spagnolo e napoletano: Stefania Ballone, Cristiano Colangelo e Danilo Palmieri della Compagnia Art&Scena, il mezzosoprano Lucia Cossu e il soprano Valentina Rossi.
Musiche dal vivo del XVIII secolo (Haendel, Hasse, Pergolesi, Broschi, Marais), eseguite dalla clavicembalista Cipriana Smarandescu, si mescolano ai canti popolari della scurissima voce naturale di Tiziana D'Angelo, in alternanza con quelle registrate tratte dalla Passio Et Resurrectio di Sergio Rendine.
Riferimenti continui alla "Passione", calvario quotidiano condiviso da Farinelli, mutilato nel corpo e nell'anima, e ai segni del suo non essere nè uomo nè donna, sui corpi seminudi dei ballerini, uomini vestiti da ampie gonne femminee.
Vere e proprie stelle della serata i due straordinari interpreti di Farinelli: il sopranista Angelo Manzotti, volto pallido come in un ritratto del '700, voce incredibile per estensione, colore, agilità e lunghi fiati, capace di farci comprendere la magia che incantava il pubblico di fronte al fenomeno dei castrati; il danzatore Alessandro Molìn, sempre ineccepibile, nonostante l'angusto spazio concessogli dal piccolo palco, presenza scenica potente, intensità espressiva, movenze sinuose ed una tecnica perfettamente sicura.

C. Targa

DA MUSICALIA: "PASSIONI, SANGUE E ANIMA" (30/03/1998)

lunedì 30 marzo 1998
Passioni sanguigne
Il nuovo balletto di Anna Cuocolo

Il nome di Anna Cuocolo - la coreografa napoletana da anni operante a Roma - comincia a circolare sempre più spesso nel mondo della danza. La sua singolare posizione di "free lance" assoluta, di creatrice di lavori rigorosi e appassionati insieme, il suo cammino alla ricerca dello Spirito attraverso il Corpo e il Movimento, stanno attraendo non solo gli addetti ai lavori, ma un pubblico man mano più largo e attento. Ne sono prova le tre serate che - per un suo nuovo spettacolo - hanno registrato all'Oratorio del Gonfalone in Roma un tutto esaurito quanto imprevisto, quanto lusinghiero. E meritato.
Questo Passioni, Sangue e Anima concertato da Anna Cuocolo con il compositore Luciano Bellini e la storica dell'arte Vega de Martini, ha offerto emozioni non consuete di questi tempi. Intarsio singolare di arte: l'Oratorio del Gonfalone, affrescato da cielo e terra è uno dei capolavori del manierismo di musica: un sopranista e un soprano drammatico in costume inanellano arie barocche, dove la potenza degli "affetti" già deposita in "passioni"; di danza: sulla musica densa, ideale, di Luciano Bellini, si "rappresenta" (nel senso di visibilità ai volti dell'animo e del pensiero) la discesa di un angelo sulla terra (lo spunto è tratto da Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders) per cercare una "simpatia" umana, per un'educazione alle passioni e al loro senso più profondo. L'angelo si fa carne, sentimento, onore, sofferenza; e ne resta nel bene e nel male, segnato, come da stigmate di amore. La suggestione di un simile percorso è impensabile, la tensione unificante che corre come un liquido asmodico tra suono, gesto, luogo, è suscitata e sostenuta con lo slancio ininterrotto e con autentici prodigi di "scenica scienza". E basti citare quel drappo di seta color sangue raggrumato che si inserisce, quasi un terzo, inquietante personaggio, tra i due protagonisti, o il bellissimo passo a due tra l'angelo e la donna, ove la Cuocolo mostra nuove aperture ad un linguaggio coreografico ricco ed energico, o lo sconvolto assolo finale dell'angelo, che, vissuto il dolore, la "croce" - e per un attimo prende la stessa posizione del Grande Crocifisso dipinto che gli sta dietro - s'inerpica con immane fatica a quel cielo che è sopra qualsiasi città sopra di noi, e che è meta per tutti irrinunciabile. Scrivemmo tempo fa che forse il meglio di Anna Cuocolo doveva ancora venire: levate ora il forse. Superiore ad ogni lode Toni Candeloro che con la Cuocolo - lui classico puro - ha trovato affinità totale e straordinari esiti di ballerino (il ruolo è tecnicamente assai complesso) e d'interprete (sensuale, lacerato, eppure sempre angelico). Brava anche Gioia Guida. Un ottimo soprano, Claudia Pallini, un sopranista mediocre, Simone Bartolini, Luciano e Luca Bellini impeccabili all'organo, al clavicembalo e al flauto, completavano lo spettacolo. Applausi ed entusiasmo interminabili.

M. Modugno

DA BALLETTOGGI: "PASSIONI, SANGUE E ANIMA" (31/01/1998)

sabato 31 gennaio 1998
Anna Cuocolo: "Passioni"

Per cominciare, nessuno potrà dire che non era "la cosa giusta al posto giusto". Perchè si tratta di uno spettacolo sulle Passioni (sottotitolo Sangue e Anima) che è stato concepito e creato per l'Oratorio di S.Maria del Gonfalone, tutto decorato da affreschi manieristi improntati al tema della Passione di Cristo.
E' tutto uno spettacolo estremamente "lavorato", anche se in una sua fondamentale economia di mezzi. C'è, per esempio, la vocazione esplicita all'interdisciplinarietà della struttura, in cui la danza si alterna al canto del soprano Claudia Pallini e del controtenore Simone Bartolini, in musiche accompagnate dal vivo, di Vivaldi, Marcello e altri.
C'è il tentativo, garbato e dimesso, di coinvolgere la strada e il quartiere, con torce romane, tappeti rossi per la strada, i cantanti che iniziano i loro interventi da una casa davanti all'Oratorio. C'è, infine, il piacere, nella concezione di base di Anna Cuocolo e Vega de Martini, di fare riferimento alle "Passioni" di un Angelo immaginario - un elegante e misurato Toni Candeloro - ispirato da quello cinematografico di Wim Wenders.
L'angelo passa, sempre più coinvolto dalle umane passioni, attraverso "quattro stadi" di un suo percorso emotivo: il Desiderio, l'Amore, il Dolore, la Speranza della resurrezione. I due cantanti segnano il passaggio da uno "stadio" all'altro, o piuttosto da una "stazione" all'altra del nostro calvario quotidiano, affacciandosi graziosamente da due pulpiti laterali dell'Oratorio. Una serata insolita e gradevole.

V. Ottolenghi

DA DANZA&DANZA: "PASSIONI, SANGUE E ANIMA" (30/01/1998)

venerdì 30 gennaio 1998
Musiche per la passione

Senza esitazione, possiamo affermare che è nato un nuovo filone della spiritualità nella danza e che oggi appartiene ad Anna Cuocolo. Riferimenti spirituali-religiosi li abbiamo nell'opera di Massine dagli Anni Trenta ai Cinquanta e più ancora in Susanna Egri (Anni Sessanta, Spirituals, Mottetti). Ma con la Cuocolo siamo andati oltre e l'incontro di lei con lo storico dell'arte Vega de Martini ha portato i loro ultimi spettacoli verso una dimensione che, sotto l'etichetta Arte in movimento, abbraccia tutte le espressioni artistiche: musica, canto, danza, arti figurative, teatro, e si configura in una rappresentazione di pura emotività visiva: Passioni, Sangue e Anima. L'incontro si è allargato nella progettazione con l'intervento di Danilo Esposito, entusiasta, attento, sensibile alle problematiche teatrali, presidente di Mediascena Europa. Da questo fervore, organizzativo e realizzativo, è nato un bellissimo spettacolo. Metti una sera in una strada di Roma, Via Giulia, tra fiaccole, una guida cremisi distesa a terra, è avvenuto il momento di riappacificazione tra il pubblico. Rintracciata questa via aulica ed antica, si è trovato anche l'ingresso dell'Oratorio del Gonfalone con i suoi affreschi manieristi ed imponenti sul tema della Passione e l'atmosfera più consona all'evento. Musiche del passato (Haendel, Vivaldi, Marcello, Pergolesi) unite ad altre di oggi (composte da Luciano Bellini) hanno accompagnato i voli appassionati e misuratissimi di Toni Candeloro e della sua compagna Gioia Guida, le voci del soprano Claudia Pallini, un temperamento, e del sopranista Simone Bartolini in brandelli di abiti o di costumi (ben studiati da Eva Coen) di epoche lacerate e laceranti con l'eco della poesia di Marcia Theophilo, candidata al Premio Nobel, e ai presagi della Bellezza che non muore.

A. Testa

DA EL PAIS: "PATHOS ED ESTASI" (25/03/1997)

martedì 25 marzo 1997
Miserere

Danza di dolore e di contrizione, lo spettacolo che presenta Anna Cuocolo è sorprendente per la sua qualità e la sua impostazione che spazia su molti argomenti; l'artista chiede un pò di pietà, ma non compassione, al proprio fantasma di cui solo lei è responsabile, e l'acuta frase di Maurizio Modugno nelle annotazioni del programma lo chiarisce: i ballerini cercano a tentoni una porta, una luce nella notte oscura. Il fantasma è quello degli indifferenti, quello dell'amore perduto e del tradimento, un inganno virtuale che non abbiamo visto o saputo vedere, una danza dove non c'è altra vittima che l'amante credente.
Il termine danza sacra può provocare una iniziale confusione nello spettatore, poichè non è una danza religiosa in sè per sè, ma una danza contro la condizione morale dell'arte. Tormento è la parola modulare di questa danza inquieta, profonda, assoluta, che si dovrebbe vedere molte volte.
Viaggiando nell'etere e nell'esaltazione la coreografa avverte che il tunnel ha una sola direzione e alla fine non c'è altra luce al di fuori di quella che il protagonista possiede già nel suo petto. E' un passaggio che è un palpito, un ordine sacro, e perciò inappellabile. I ballerini bravissimi, soprattutto Candeloro, ormai maturo ed esperto nel "versare l'elisir". Gridano: Miserere! E si compongono come un gruppo di penitenti. Quelli che pregano sono al tempo stesso i "sacrificati" e questo geniale gioco di specchi diviene argomento.
L'iconografia classica vibra dietro ogni movimento, ma senza esagerare, poichè c'è un ampio vocabolario che comincia nell'accademico e si apre alla purezza poetica di cui è capace la mimica, sottile come un'anima che si esprime "in dolora" (breve poesia). E un'attenzione particolare va dedicata alla selezione musicale, ugualmente tragica.
L'intelligente presenza della luce radente, che scende come dallo smalto divino e azzurrognolo di un pannello settecentesco, completa l'effetto del "tableu vivant" effimero, ma capace di lasciare lo spettatore nella nudità di un'estasi così potente quanto sconosciuta.

R. Salas

DA IL TEMPO: "IN NOMINE PATRIS" (09/05/1994)

lunedì 9 maggio 1994
Musica e balli
Preghiere danzanti a piazza del Popolo

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, vista l'ostilità dei padri della Chiesa, la danza fu di casa per larga parte del medioevo nei chiostri e sui sagrati. I pellegrini dei grandi santuari (ad esempio Montsalvat e Compostella) passavano spesso ore di attesa danzando. Esempi di preghiere danzate non mancano del resto nella iconografia antica, nè in quella orientale. A questa antica tradizione si sono richiamati, per uno spettacolo più unico che raro di scena in S.Maria In Monte Santo a piazza del Popolo, tre artisti di diversa estrazione come Nando Citarella, fine ricercatore ed esecutore di musica popolare, Osvaldo Guidotti, valente direttore di coro, e la coreografa Anna Cuocolo, dotata di raffinata sensibilità pittorica e di sensibilità decisamente contemporanea. Con i rispettivi gruppi (la compagnia La Paranza, il coro polifonico dell'Arcum e i danzatori di Dimensione Art&Scena) i tre si sono cimentati in questo In nomine Patris, nel ripercorrere le tappe di una religiosità multiforme, che spazia appunto dalla devozione popolare all'espressione del contemporaneo, sovrapponendo e alternando giudiziosamente le due (apparentemente opposte) sfere de colto e appunto del folclorico. »collage» di musiche, dal gregoriano Petrassi, passando per Frescobaldi e Rossini e poi rielaborata musica popolare del Sud d'Italia, fa da sfondo ai diversi quadri coreogafici, in cui il coro dei danzatori cerca commissioni e suggestioni nuove pur nell'alveo di antiche modalità spirituali. Così la danza della Paranza, improntata ad una immediatezza tutta popolare, non sembra affatto coì lontana da quella della Cuocolo, disposta al plasticismo ed alla cifra astratta di un racconto interiorizzato di pura emozione. Alla fine un caloroso applauso ha coronato lo sforzo congiunto degli oltre quaranta giovani, che con una processione tra le torce avevano trascinato un folto pubblico dentro l'inusuale spazio scenico della Chiesa. Passato e presente si danno così la mano, come è giusto che sia in presenza di una fede autentica, senza tempo.

L. Tozzi

PRESENTAZIONE DE "IN NOMINE PATRIS" DI PUPI AVATI (30/04/1994)

sabato 30 aprile 1994

Perchè sono qua? Mi domando cercando invano il pulsante del campanello alla porta della sagrestia. Mi rassegno ad usare un vecchio battacchio. Forse per il Magnificat, mi rispondo. Sono puntuale, le quindici e trenta di uno dei sabati di questo aprile. Nessuno viene ad aprire. Mi sento felice, libero. Ho mantenuto la promessa, posso andarmene con la coscienza a posto. Sto per riguadagnare la libertà quando il volto di lei, Anna Cuocolo intendo, si frappone fra me e la mia vigliaccheria.
"Grazie per essere venuto", dice sorridendo.
"Prego", e siamo dentro, in una sagrestia buia.
"Stiamo per iniziare" dice e sorride ancora. Raggiungiamo la chiesa. Dentro una luce grigia, dimessa, che confonde ogni forma.
Banchi addossati alle pareti a slargare per quanto possibile uno spazio centrale. Inginocchiatoi ingombri di borse, di tute, di scarpe, di cappotti. Gli altari dei santi cupi, forse stupefatti o infelici per quella intrusione, non una candela accesa, tutto intriso da questa luce che pare mortificare ogni entusiasmo.

Sono lì dentro a cercarmi un posto fra i banchi, un posto appartato. Mi sento osservato. Ricambio gli sguardi che mi raggiungono. In alcuni è incluso un sorriso, in altri diffidenza, ballerini fasciati in veli colore ruggine piroettano scalzi al centro della navata. Stipati in bell'ordine all'interno di una cappella, disposti come in una foto di gruppo, gli uomini e le donne del coro. Tutti con gli spartiti in mano. Le donne con le borse assicurate al braccio, gli uomini con i giornali sportivi infilati nelle tasche.
Facce bellissime di chi è lì con un compito per una ragione.
Poco oltre, a ridosso della balaustra dell'altare maggiore, i musicisti e altri cantanti, attrezzati di tamburi, fisarmoniche, flauti e nacchere. Gli strumenti dei matrimoni in campagna dei nostri nonni, di un'Italia antica e fuggita via.
Tre bambini, dal parapetto dell'organo guardano giù, come gli angeli di stucco, verso di noi. Anna Cuocolo che si aggira rassicurando tutti, soprattutto se stessa, su ciò che sta per accadere.
Ma non ci sono suoni, nè voci, solo bisbigli.
Sento l'impaccio di quell'attesa. Pare che tutti, io stesso, stiamo cercando una sorta di confidenza con quel luogo che nel nostro immaginario non è luogo di prove ma luogo di inginocchiamenti, di attese di Dio, di organi, di incensi, di funerali, di messe solenni.
So che per tutti loro è un momento di verifica, importante.

La prima vera prova d'insieme, la conferma o la smentita di un lungo lavoro di preparazione svolto altrove, in piccoli spazi appartati, ogni gruppo per proprio conto, chiamati per la prima volta a formare un insieme.
Ecco perchè tardano tanto a cominciare. Perchè protraggono così tanto questa attesa in cui la possibilità di illudersi è ancora praticabile. So bene cosa significa risvegliarsi bruscamente da un sogno, accorgersi che tutto ciò che avevi immaginato, non produce in realtà quell'emozione forte assoluta sulla quale avevi contato. È paura che conosco, che condivido.
Poi, all'improvviso, su quell'indecifrabile bisbiglio si impone la voce di lei: "bene, andiamo!" dice.
E io provo un brivido perchè' so cosa significa.
Per pochi istanti tutto è silenzio, tutto è immobile.
La stessa Anna pare attendere un segnale, una conferma, una rassicurazione, che le venga dal luogo, che le venga da quei rapidissimi scambi di sguardi con Nando Citarella, il tenore della compagnia di Canto o con i "suoi" ballerini, quelli che l'hanno seguita in tante avventure.
E ad un tratto tutto accade, come dal nulla, scaraventati in un altrove misterioso ed imprevisto: i suoni degli strumenti, le voci dei cantanti, i movimenti dei ballerini. Tutto pare animato da un sincronismo perfetto, da una violenta, inesprimibile energia, che mi aggredisce trovandomi impreparato ad un impatto così travolgente. Avverto dentro di me una commozione profonda. Come una sorta di grande riconoscenza. Dalle vetrate là in alto la luce non e' più così grigia. C'è qualcosa che scintilla dentro quella Chiesa. Che riverbera la luce del sole. Sono gli occhi di quegli uomini e di quelle donne, di quei ragazzi e di quelle ragazze. Per un attimo so che lì dentro tutti sono felici, e la qualità della felicità è la stessa, molto intensa, autentica, profonda. Inesprimibile.
Ballano, cantano, suonano i loro tamburi e le loro nacchere. Sanno di appartenere ad un mondo più vasto, ad un insieme armonico, sentono di appartenere a QUALCUNO, di essere amati. E' questa la sensazione che la preghiera autentica deve dare: la più' inattesa e sorprendente. Quella che dà senso alla mia Fede.

P. Avati

DA L'UNITÀ: "CHORAL" (31/03/1993)

mercoledì 31 marzo 1993
Torna la danza sui palcoscenici romani con il balletto di Anna Cuocolo al Colosseo
L'estasi del movimento in una corale

Dopo un afasia di vari mesi, la danza è tornata a fare capolino sui palcoscenici romani, precisamente al teatro Colosseo, dove ha debuttato martedì il nuovo lavoro di Anna Cuocolo, Choral. Per poco, con una sola replica mercoledì secondo la tradizioni che, ahimè, al balletto non si concede più di tanto spazio. E, come per solidarietà verso lo stato di crisi della danza italiana, la Cuocolo ha presentato una coreografia ascetica, seguendo le linee mistiche suggerite da note di Bach, Håndel e altre musiche a carattere «ecclesiastico». Choral - recitano infatti le note di sala - vuole essere «un cammino spirituale di conoscenza, un'accanita ricerca della verità...nella conoscenza del dolore e nell'accettazione della sofferenza», per arrivare infine ad una «vera comunione». Per fortuna, gli intenti del balletto non vengono tradotti in modo narrativo, ma nondimeno troppo astratto; la cuocolo ha in mente piuttosto i quadri sulla «Deposizione», eredità pittorica derivatale dagli studi all'Accademia delle Belle Arti. Ed ecco che i cinque danzatori si dispongono in belle pose drammatiche di sicuro effetto visivo. Ma quello che viene ritenuto un pregio stilistico del balletto finisce a lungo andare, troppo ripetuto, per esserne un difetto. Come se il movimento si compiacesse di arrivare in una posizione plastica e lì indugiasse per farsi ammirare. Un estetismo consapevole di se stesso che si attarda qualche secondo in più, senza nascondere il vezzo narciso nascosto nella danza e sempre pronto a prendere il posto dell'espressione. Si fa strada il dubbio, invece, che la sofferenza in special modo non possa venir ritratta solo da impeccabili linee. Paradossalmente, a sorreggere la tensione intervengono proprio i limiti del palcoscenico, inadatto - come la maggior parte degli stages romani - ad accogliere il respiro della danza. Così, contriti dall'angusto spazio a disposizione, i movimenti corali hanno come un gemito di sofferenza vera. Ridanno allo spettatore lo spasimo di un volo contratto, di una corsa interrotta, di un singulto soffocato.
Sono angeli caduti o i superstiti di un'umanità in cerca del divino, questi danzatori che roteano a gruppi di tre o in duetti rapidi. Sotto l'incedere maestoso di corali bachiani (per la verità, anche un pò assordanti per via di altoparlanti troppo generosi), i cinque si fanno interpreti di storie di passione o di gioia improvvisa. Fasciati morbidamente in grandi gonnelloni, gli uomini (Vincenzo Lapertosa e Marco Paolo Tucci) incedono come orgogliosi samurai o, più spesso, con l'umiltà sofferta di un Cristo denudato e crocifisso. Le donne (Alessandra Alberti, Martina Amori e Silvia Perelli) si accordano invece in un canto a catena che rimbalza dall'una all'altra, ora colorato di sensualità, ora di mestizia. Avviandosi verso un finale aereo, tornando tutti insieme in un corale che il pubblico applaude entusiasta. Pago, forse, del misticismo estenuante delle musiche e dell'avvolgente estetica della coreografia.

R. Battisti

DA IL TEMPO: "L'ARC EN CIEL" (02/05/1992)

giovedì 02 aprile 1992
L'arcobaleno

Tirato a lucido il Teatro dei Documenti, luccicante e scenografico secondo la fantasia del suo ideatore Luciano Damiani, ospita sovente spettacoli fuor di regola. Talora vi è di casa la danza, specie quella contemporanea, capace di adattarsi a spazi angusti ma spettacolari. Ora vi è di scena la giovane ma agguerrita compagnia di Anna Cuocolo in uno spettacolo a due facce dal suggestivo titolo «L'arc en ciel». E proprio questa della infinita gamma di sentimenti e sensazioni (un vero e proprio «arcobaleno» di colori sentimentali) è una tematica che la grintosa coreografa partenopea, in stretta collaborazione con un musicista contemporaneo duttile come Luciano Bellini, va cullando da tempo, allargando la creazione coreografica sino a riempire ora un'intera serata.
Sotto il titolo L'arc en ciel si raccolgono così due pezzi unici: il già visto O Kaimos (parola greca che definisce il groviglio di sensazioni che affollano l'animo umano) e Igarapes, che si richiama alla ramificazione delle acque del Rio delle Amazzoni. Il percorso coreografico (ma anche quello compiuto dal pubblico che scende a metà negli ambienti sottostanti il Teatro) muove infatti dalle apparenze delle nostre sensazioni, per poi riscoprire quasi le interiori motivazioni. Una ricerca che dalle dolorose sensazioni iniziali (uno Stabat Mater dolente quasi ispirato alle scultoree Pietà cinquecentesche) si muove a ritroso fino all'anamnesi dei giorni infantili, delle sensazioni primigenie con dichiarata concessione al plasticismo (che alla Cuocolo viene dagli studi figurativi compiuti). La narrazione si fa così cangiante, psicologica prima ancora che stilistica, che' coinvolge l'intero essere umano. Contenuti che nel balletto sono espressi senza sofismi intellettualoidi, ma con mano sicura e solidale. Calorosi gli applausi finali.

L. Tozzi